filjander

Quando mio padre mi ha dato il buongiorno raccontandomi l’ultima esternazione dell’ex segretario del più grande partito riformista der monno nfame, ho pensato scherzasse, che va bene avere qualche problema di posizionamento dopo tanti anni sulla cresta dell’onda, ma a tutto, anche all’ego di Walter, c’è un limite, un limite che può essere nome, un nome che può essere Berlinguer, Enrico Berlinguer.
E invece no. Solo, in cerca d’autore e accantonato financo dalle dinamiche congressuali franceschiniane, Walter è definitivamente zompato oltre se stesso, oltre il maanchismo, a caccia di un applauso di Stefania Craxi, per ottenere il quale occorreva affermare quello che neanche Intini forse avrebbe detto in questo modo. Ma Walter è fatto così, ama scoprire l’alba ogni giorno, preferibilmente negando le albe passate. Pertanto, lui che non è mai stato comunista, ma s’iscrisse al
Pci solo grazie al carisma di Berlinguer, accantona senza imbarazzi l’ispirazione di una vita, a beneficio del leader suo contrario (che in Africa, a differenza di Walter, alla fine c’è andato davvero, come ha ricordato il blog Knut Wicksell commentando la notizia).
Essendo sempre più moralmente questionabile il fatto che dal giorno della sua morte ad oggi il mito berlingueriano sia stato sbrindellato da chiunque fosse a corto di argomenti, ritengo che una moratoria sull’utilizzo del nome Berlinguer sia a questo punto tristemente opportuna (soprattutto se in una settimana sia Beppe Grillo che Walter Veltroni ne citano l’esempio, e quello che gli rende più onore, paradossalmente, è il primo).

– via Zoro
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